Diario

Buone vacanze

Di quando in quando, nel naturale flusso della realtà, è facile incontrare situazioni difficili perfino da immaginare. Con questo preciso sentimento cercherò di narrare un piccolo straordinario evento che rispecchia gli attuali comportamenti sociali. Si tratta di questo. In un appartamento bicamere sottoposto a mutuo e abitato da una coppia senza figli, vivono da una diecina d’anni un lui e una lei, regolarmente sposati.

L’uomo è un ordinario impiegato, cassiere di banca. Lei è segretaria di azienda. Ogni anno verso il mese di agosto, dopo aver salutato i vicini di casa, se ne vanno in vacanza scegliendo un anno il mare, in alternativa a quello trascorso precedentemente in montagna. Ma in questa stagione di crisi conclamata, i due, per non alterare l’impeccabile perfezione del loro modo di vivere e quindi della loro immagine sociale, dopo aver organizzato segretamente le provviste necessarie, hanno deciso di fingere la partenza, rimanendo invece chiusi in casa, per le due settimane dedicate ufficialmente al mare o alla montagna. “Buone vacanze.” Avevano augurato i vicini. “Buone vacanze anche a voi”, aveva risposto la coppia quasi in coro.

Poi avevano finto di partire con la loro piccola automobile ma nel cuore della notte erano rientrati furtivamente in casa. Con un sorriso immortale l’amico cuoco nella trattoria del quartiere, con la mano tesa verso un balconcino al primo piano dello stabile mi ha informato.

“Ormai lo sanno tutti che loro due son là dentro e si preparano alla finzione del ritorno, quando ognuno chiederà i particolari della vacanza”.

“Ma poi glielo diranno che sono stati scoperti?” “Sì ma solo fra qualche anno. Per un po’ giocheranno al gatto e al sorcio. Ma qui siamo tutti a posto prima o poi con gentilezza qualcuno gli lo dirà.”

“Mi sa che quel qualcuno sarai proprio tu.”

“Eppure anch’io le vacanze le ho trascorse a casa mia. Io e mia moglie ci siamo detti. Ma dove andiamo che per il lavoro non siamo mai a goderci la casa? A fare le file al sole rovente o a aspettare in qualche trattoria. affollata?”

“Mi fa una certa impressione a sapere che due esseri umani sono chiusi là dentro solo per poter dire agli altri che sono stati in ferie. Ma sei sicuro che ci sono?

E se vi avessero presi in giro tutti?”

Difficile sfuggire, all’età di sei anni scarsi, alla sorveglianza arrancante e vigile di una madre o della nonna. Così, pur avendo desiderato incontrare a tu per tu la bimba del piano di sotto, non ho mai potuto confrontarmi veramente col suo strepitoso talento creativo se non sorvegliato dallo sguardo “vigilante”, persistente e consumato della madre. Ma ieri, visto che la porta della mia casa è perennemente socchiusa, ho avvertito il ritmo delicato di passi leggeri e poco dopo è apparsa sulla soglia del mio studio la testolina ondeggiante della bimba. Mi sono alzato e l’ho invitata a entrare e sedersi sul divano “Grazie, non posso soffermarmi.” Ha detto proprio così, “soffermarmi” e subito si è creata tra me e lei la distanza dello stupore, quel denso sentimento di inspiegabilità che si prova di fronte ai grandi fenomeni naturali. “Perché non puoi sederti?” “Perché sto cercando le mie civette. Ogni tanto se ne vanno chissà dove…” “Ma poi le trovi vedrai.” “Si certo prima o poi le trovo, ma quasi sempre scarruffate.” Ha detto proprio così “scarruffate”. “E come mai sono tutte scarruffate?” Ho chiesto. “Per via del gatto che se non scappano se le mangia. Ai gatti piacciono le civette. “ “Ma tu come lo sai che ai gatti piacciono le civette?” ”Io so tante cose che nessuno mi ha mai detto.” “E come te lo spieghi?” “E’ un dono divino.” ” Ha detto “divino”. Sono rimasto pietrificato dalla naturalezza con cui mi ha porto il suo frammento di mistero. “Cioè?” Ho mormorato. “Un dono divino. L’ha detto il mio papà” Mentre guardava dietro il divano e sotto l’armadio alla ricerca delle sue civette, ho insistito a chiederle più volte cosa volesse dire “divino”. ”E’semplice no. E’ dio che ha bevuto il vino, divino, è così.” Poi, facendo svanire la malinconia per il finale del suo discorso si è avviata verso l’ingresso gridando “Sono passate di qua, c’è odore di piume,” Poi ha raggiunto punte esclusive di grazia chiamando a gran voce le sue creature “ Ambara, Baccici, Cocòòò.”

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Il sogno nel sogno
Ho sognato poche volte nella mia vita, forse perché da sveglio non ho fatto che sognare, nel desiderio di realizzare, uno a uno, i miei progetti. I pochi sogni che ho fatto (sei) sono scolpiti nella memoria e penso non svaniranno mai. Al mio ritorno da un lungo viaggio in Medio Oriente e in Africa, sempre in autostop, sempre senza denaro, sempre affidandomi all’affettuosa assistenza e alla solidarietà di sconosciuti, un mio sogno riguarda nientemeno che le sorti stesse dell’intera umanità. Avevo circa vent’anni e ho sognato di essere sulle rive di un grande fiume e migliaia di persone, adolescenti e giovani, uomini maturi e anziani entravano nell’immenso corso d’acqua. Tutti nuotavano contro corrente e facevano sforzi estremi per procedere ma rimanevano sempre fermi. Sulla riva un immenso cartello, “a cura dello Stato”, indicava il nord come la via giusta. Tutti sognavano di raggiungere il mare ma si capiva benissimo che l’indicazione era sbagliata e indicava invece la sorgente del fiume. Una voce suadente spiegava che quella era l’umanità in cammino verso il grande mare dell’essere, e che l’indicazione era sbagliata per questo, pur con estrema fatica, i più abili nuotando controcorrente rimanevano fermi e gli altri, quasi tutti gli altri pian piano inesorabilmente retrocedevano.
“Se volete raggiungere il mare abbandonatevi al flusso solenne del fiume e senza sforzo raggiungerete la meta.” Ma nessuno udiva la voce, intenti e affannati com’erano a vincere i flutti. Solo io, immobile in piedi sulla riva udivo e cercavo invano con gesti e parole di indicare agli altri che la via corretta era in direzione opposta. Ma nessuno mi udiva, tanto ognuno era impegnato nella sua lotta. Allora sono entrato nel fiume e mi sono abbandonato al fluire delle acque. Sfilavano a poca distanza da me gli alberi e le siepi, i prati e le colline e dolcemente, senza sforzo mi lasciavo condurre. Ricordo di essermi svegliato in un bagno di sudore quasi la fatica di tutta l’umanità si fosse concentrata in me. Ma da allora ho lasciato che ogni problema e ogni dolore scorres-se verso la sua meta naturale, senza oppormi e senza avvertire alcuna fatica.

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Le mail della settimana

SCELGO DI PUBBLICARE QUELLE MAIL CHE MI SEMBRA RIGUARDINO MOLTISSIME ALTRE PERSONE, QUELLE CHE PONGONO PROBLEMI LA CUI SOLUZIONE E’ UTILE A TUTTI.
Daniele Mortari amico carissimo e scienziato della NASA, mi ha inviato queste riflessioni che volentieri offro ai lettori di Diario.
Mortari, Daniele [mortari@tamu.edu]
Caro Silvano,
Buon anno! Volevo dirti che ho problemi con Skype … e che volevo proporti di inserire (chiaramente con tanto di commento tuo) nel tuo diario questo pensiero che ho scritto il primo gennaio.
Ti abbraccio,
Daniele

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Saturday, January 1, 2011. Nel secolo scorso lo scienziato guardava i fenomeni nella natura e cercava nella matematica gli strumenti per poterli descrivere (non spiegare, solo descrivere). Con l’andare del tempo e con il proliferare di nuove matematiche, lo scienziato cambia approccio e comincia a derivare la descrizione del mondo usando solo le conseguenze che la matematica fornisce a partire da alcuni postulati (simmetrie, esistenza di nuove dimensioni, etc.) che, come dogmi religiosi, devono essere accettati e non dimostrati. Lo scienziato, una volta ottenute queste descrizioni derivate dalla sola matematica, rivolge lo sguardo al mondo fisico cercando il luogo o il tempo dove possono essere applicate per descrivere quanto piu’ possibile oppure, come spera, tutto! L’unico vincolo e’ la non contraddizione con le descrizioni precedenti (queste “Theories of Everything” devono contenere, come teorie approssimate, la fisica di Einstein e quella di Newton). In questo modo la fisica viene derivata dalla matematica!

Nel campo cinematografico succede un evoluzione simile. Inizialmente l’autore cinematografico ha una meta da raggiungere: quella di tradurre in un film un idea, un progetto, una storia. Per raggiungere questo scopo l’autore deve risolvere molti problemi di non semplice soluzione. Ad aiutare l’autore viene incontro il mondo degli effetti speciali e della grafica computerizzata che offre un mondo dove tutto e’ possibile. Ed ecco l’evoluzione simile: la computer grafica mostra di essere capace di fare questo e quello … ed il cineasta si pone il problema di che film ci si puo’ costruire attorno!
Due tristezze in un mondo solo!
Daniele
Caro Daniele, credo di aver capito che la ricerca scientifica è a sua volta impostata in modo settoriale. Ovvero un gruppo fa delle ricerche in un settore, uno in un altro e poi forse un super gruppo o un super cervello aggrega i risultati e realizza il progetto. Proprio come accade con le famose “mine anti-uomo” per le quali ogni operaio costruisce un pezzo, una molla, una vite, un filtro e nessuno sa che sta costruendo una bomba antiuono, perché l’assemblaggio avviene altrove.In questo senso l’amarezza che traspare dal tuo messaggio mi sembra giustificata. E a questo punto leggendo il tuo pensiero mi è salita dal cuore un senso di profonda anche se dignitosa compassione. Poi col tuo esempio del cinema ho avuto una vera e propria illuminazione. In realtà il tuo esempio degli effetti speciali non riguarda il cinema ma l’industria cinematografica Proprio come forse la NASA più che al servizio del popolo o dell’Umanità è a sua volta al servizio della grande industria, chissà forse perfino della super Industria, quella bellica.
Infatti l’industria cinematografica annaspa continuamente in una sorta di ripetitiva disperazione alla ricerca di chissà quali profitti e perfino all’ossequiosa e servile funzione di allontanare il più possibile l’essere umano da se stesso. Pensa solo al fatto che un ragazzo di 20 anni di New York si calcola possa aver assistito alla televisione a non meno di 120.000 omicidi (in Italia, un po’ meno, circa ottantamila, ma con la lista dei morti degli sgozzamenti e degli stupri cui tutti i telegiornali sono affezionati, forse si pareggia la cifra americana.
Ma il cinema di cui mi occupo io non ha nulla a che fare con gli effetti speciali. Finalmente, pensa, quest’anno sono riuscito a formulare per il nostro cinema di Roma l’Azzurro Scipioni un programma annuale di vero cinema che comprende 320 straordinari capolavori. Senza alcun effetto speciale ma colmi di effetti che giacciono nelle massime profondità dell’animo umano. E credimi, quando vedo i volti degli spettatori che escono da un capolavoro, volti sbiancati dall’armonia e dal mistero di un’opera d’arte, mi avvolge una commozione rara, un po’ simile a quella che si prova di fronte all’impeccabile svolgersi di un tramonto autunnale.
Ti faccio una proposta : perché voi che siete dei giganti della ricerca scientifica non vi organizzate per realizzare metodi di ricerca vicini alle vostre sensibilità e non solo a quella di chi comanda? Procedendo magari su un binario che alla ricerca imposta si affianca una ricerca amata.

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Nei pomeriggi dei giorni 17 – 18 -19 gennaio presso la CASA DEL CINEMA di ROMA in Largo Mastroianni (villa Borghese all’inizio di Via veneto) verranno proiettati nove dei mie lungometraggi. Ecco il programma. Io sarò presente al’inizio di ogni proiezione

Il cinema di Silvano Agosti

Lunedì 17 gennaio

SALA DELUXE ore 15
N.P. Il segreto
Italia, 1971, 90’

SALA DELUXE ore 17
Nel più alto dei cieli
Italia, 1976, 90’

SALA DELUXE ore 19
Quartiere
Italia, 1987, 93’

Martedì 18 gennaio

SALA DELUXE ore 15
D’amore si vive
Italia, 1984, 100’

SALA DELUXE ore 17
Uovo di garofano
Italia, 1992, 100’

SALA DELUXE ore 19
Il giardino delle delizie
Italia, 1967, 75’

“NEL VENTRE
PIGRO
DELLA NOTTE”
Mercoledì 19 gennaio

SALA DELUXE ore 15
L’uomo proiettile
Italia, 1995, 100’

SALA DELUXE ore 17
La ragion pura
Italia, 2001, 100’

SALA DELUXE ore 19
La seconda ombra
Italia, 2000, 85’

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E’ uscito il mio nuovo libro di poesie
“NEL VENTRE PIGRO DELLA NOTTE”
Prefazione di Elio Pecora

Con immagini pittoriche di Stefania Orrù
PER CONSULTARE IL CATALOGO DELLA PITTRICE
www.stefaniaorru.com

Mi piace constatare che i bambini producono sapienza e, se lasciati in pace, sanno offrire un territorio culturale vasto e inimitabile. Chissà quando gli esseri umani si renderanno finalmente conto di non essere se stessi, o di esserlo solo fino ai tre anni di età e poi, nella crescita, attraverso i vari sistemi educativi, ognuno diviene altro da sé. Altro da sé per sempre, senza poter mutare alcunché nella propria vita se non quello previsto da chi lo ha dominato e lo domina da sempre. A proposito di sapienza torna alla mente quando un bimbo di neppure cinque anni mi ha guardato con aria compassionevole e ha emesso la sua sentenza. “Peccato che un giorno sarai vecchio e morirai.” “E’ una faccenda che riguarda tutti, anche te. Ma se proprio ti dispiace puoi inventare un filtro magico, così al momento giusto io lo bevo e invece di morire continuo a vivere.”
“Cioè” Chiede avvicinandosi curioso. “Cioè prendi una farfallina che di solito vive solo un giorno, la metti nel tuo liquido magico e se lei vola per altri tre giorni è fatta. Hai scoperto il segreto della giovinezza. “Ho capito, mormora il bambino e socchiude gli occhi come sempre fanno i piccoli quando si mettono in contatto con l’infinito, poi, parlando lentamente, mi rivela la sua scoperta. “Io comincerei con del sangue di pesce misto a vitamina C.”
La sua frase mi immerge in uno stupore denso e freddo. Non capisco come faccia un essere così minuscolo e infantile a formulare una teoria del genere, forse perfino probabile. Torna alla mente un pensiero che mi ha invaso qualche mattina fa nel bel mezzo del risveglio “ Esiste solo una scienza più perfetta di qualsiasi altra scienza : la pura immaginazione.” Ora ho davanti a me questa creaturina di fronte alla quale vorrei inchinarmi con infinito rispetto. Trascorreranno alcuni giorni prima che lo incontri di nuovo, questo piccolo scienziato. Allora gli chiederò se ha realizzato il suo filtro magico e lui scuotendo il capo mi comunicherà che purtroppo la farfallina è morta, forse folgorata dalla vitamina C. Allora gli dirò che i Nibelunghi, un popolo nano che viveva sulle rive del Reno era al corrente di un segreto, un segreto importante. “Cioè?” Mi chiede. “Ecco il vero segreto. Per tornare giovani bisogna camminare ogni giorno un’ora”. “Mio nonno cammina tanto tutti i giorni ma è sempre più vecchio.” “Certo, perché nessuno gli ha spiegato che, se vuole ringiovanire, deve camminare all’indietro. Vedi che nessuno cammina mai all’indietro e allora il loro destino è segnato. Prima o poi diventeranno vecchi e moriranno.” “E perché tu non glielo dici ?” “Non mi crederebbero.”

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Domenica 13 febbraio 2011. Data storica. Oggi le donne di tutto il paese hanno deciso di scendere nelle strade e nelle piazze di 56 città. Si tratta di un primo barlume di primavera, destinata a spazzare via la grettezza invernale di una gestione senile e ottusa della società.
ARRIVANO LE DONNE
Il più anziano dei quattro pensionati che trascorrono i pomeriggi giocando a carte sui tavoli deserti della trattoria ha sicuramente in mano una briscola, ma prima di farla cadere alza lo sguardo sugli altri giocatori per misurare l’effetto di quello che sta per dire. “Quando per strada scendono le donne, quelli del governo tremano.” Poi rompe l’incanto posando a piatto una carta sul tavolo. “Briscola” “Se scendono per strada di notte le donne nun fanno tremà nessuno. Anzi. Quelle che arrivano Roma stamattina invece fanno paura ai signori del parlamento.” Tre pullman si fermano all’inizio della via. Scendono vociando donne e bambini e perfino qualche uomo. “Questi vanno dal Papa.” “Nun vanno dal papa. Vengono da tutta Italia per protestà. Oggi il papa mangia tranquillo, manco la benedizione ha dovuto fa. Vanno tutte a piazza der Popolo.” Ogni due o tre donne un grande cartello con la scritta “Se non ora, quando?” Una ragazza ha i capelli tinti coi colori dell’arcobaleno. Una bimba di due o tre anni, seduta sulle sue spalle, batte ritmicamente le mani dando al gioco del piccolo corteo un ritmo di marcia, quasi una danza. “Oggi er Vaticano fa vacanza. Pure er Papa quando le donne se mettono insieme cià paura. Briscola.” Da sempre i quattro anziani rappresentano per me la sola e vera fonte di informazione. Sono, per così dire, un telegiornale come dovrebbe essere e cioè un telegiornale che dice la verità. Si tratta di pensionati speciali. Ognuno ha trascorso l’intera vita avendo a che fare con i massimi centri di potere. Uno era il cuoco personale del Papa, l’altro ha fatto l’autista per i servizi segreti, il terzo era il barbiere del Senato, e infine, il più anziano, è stato lo stagnaro ufficiale della banca d’Italia. Conosce i segreti delle banche. Hanno maturato, senza saperlo, un rassegnato disprezzo per ogni forma di potere. Il fiume di sciocchezze e di menzogne che i giornali e i media riversano sui sottomessi, sul popolo, su quelli che sono stati costretti ad accettare di lavorare per tutta la vita 10 o 11 ore al giorno, su di loro, su questo impeccabile quartetto di amici i vari TG non esercitano alcuna influenza. “Le donne so’ come le rondini, quando escono dal nido tornano sempre con quello che cercavano.” Decido di lasciare i miei consiglieri e seguire il corteo delle donne. Piazza del popolo non è lontana.

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DA CIRCA DUE ANNI HO FATTO DOMANDA UFFICIALE ALLE NAZIONI UNITE E ALL’U.N.E.S.C.O CHIEDENDO CHE L’ESSERE UMANO VENGA PROCLAMATO PATRIMONIO DELL’UMANITA’
SAREBBE IMPORTANTE CHE CHIUNQUE DESIDERA APPOGGIARE TALE RICHIESTA E LA RITIENE FONDAMENTALE PER UNA EVOLUZIONE DEL VALORE DI OGNI SINGOLO ESSERE UMANO NELLA MEMORIA COLLETTIVA SPEDISCA UNA MAIL DI ADESIONE ALL’INDIRIZZO
silvanoagosti@tiscali.it

Caro Tirittera

Ho Pensato a lungo che “Tirittera” fosse un soprannome o comunque solo un punto di riferimento, una specie di riassunto di nome e cognome. Del resto mi è capitato sempre di diffidare dei cognomi e di avere come unico link emotivo e affettivo con le persone il loro nome personale. Così quando ho saputo che il nome di Tirittera era “Lorenzo” per un po’ l’ho chiamato Lorenzo. Ma la cosa mi stonava, il nome personale non copriva il sentimento che provo per la persona, mentre Tirittera era ed è un involucro perfetto, capace di contenere interamente le gradevoli caratteristiche del personaggio. Poi sono venuto a conoscenza che il cognome ufficiale era appunto Tirittera, non era un soprannome, e da allora tutto ha ritrovato un’armonia anche più perfetta.
Tirittera ha come caratteristica di rarità il suo essere in costante contatto con le misteriose forze invisibili che influiscono in modo spesso determinante sui destini degli esseri umani. Non avendo avuto su di sé l’oppressione di una educazione scolastica, Tirittera, proprio come l’Emilio di Rousseau non sa nulla ma è in grado di imparare tutto e di dare una propria opinione su qualsiasi problema. E’ simpatico, almeno a me, fino all’inverosimile perché ricorda i personaggi delle fiabe popolari, quelli che riescono sempre a trovare una soluzione, quelli che ad ogni istante emanano un flusso di libertà.
Con la massima disinvoltura e credibilità Tirittera racconta le sue avventure di contatto con questi esseri invisibili, sì, ma in grado di “apparire” se lo desiderano, ma solo a persone con una particolare sensibilità. Così amici e negozianti si appellano a lui perché dica una buona parola a loro favore, chiedono di far sì che i loro bilanci si allarghino un po’, soprattutto nei periodi cosiddetti di crisi.
La passione profonda e inconscia di Tirittera è dunque il sogno di recitare, impresa non facile in un territorio così sconclusionato e disastrato come quello del cinema in questo Paese.
Le prime volte mi parlava con cautela di queste forze ultraterrene, ora, dato che io ho deciso di credere a tutto quello che dice me ne parla con la massima spontaneità. E di ciò ti ringrazio, caro Tirittera.

Lisetta

Lisetta, quarantenne, circola nel quartiere con la sua biciclettina adatta in genere a bambini di sei anni. Così è emozionante vederla sfrecciare tra le automobili col suo capo che spunta appena all’altezza dei finestrini. Quando scende le scale le sue gambe cortissime non le consentono di posare il piede sul gradino inferiore e allora lei scende balzellando, scende saltando di gradino in gradino e non può assolutamente fermarsi se non quando raggiunge il pianerottolo inferiore. L’ho incontrata la prima volta in un Centro di Igene Mentale, stava visitando i suoi amici “matti” tra cui c’era Adolfo, un tenero, delicato Down che ogni tanto sussurrava con voce roca “Lisetta che bel seno che hai.” E lei sorridendo “Ma va, va”. Un vero gioiello della vita la Lisetta e si prodiga ovunque a consolare gli afflitti o a intervenire nelle situazioni di disagio che il quartiere ogni giorno rivela. Mi ha confessato che nei giorni di sole le piace camminare nelle vie che lei sola conosce e la cui luminosità obliqua riesce ad allungare le ombre e allora gode di vedersi alta e snella, lei che ogni specchio rivela nella sua natura di nana. Naturalmente sono pochi nel quartiere quelli che nominandola la chiamano per nome. Quasi tutti, sia pur con tono di voce rispettosa dicono “la nana”. Eppure nella Lisetta io non trovo traccia di diversità nel profondo senso di inferiorità che avverto pulsare in lei, rispetto all’analogo sentimento che rilevo presente in qualsiasi o quasi donna occidentale. Tanto è vero che, quando scioccamente immaginando fosse mio compito contribuire a far sì che anche la Lisetta avesse un compagno, le ho detto. “Lisetta, ho conosciuto un nano fantastico è molto carino, dolce, benestante e divertente.” Lei ha fatto un passetto indietro, come per garantirsi la massima stabilità e, quasi gridando, ha rivelato i propri sogni del profondo. “Un nano? Ma sei matto? Io con un nano non mi metterò mai.” E, quasi per vincere qualsiasi diverso gioco del destino, qualche giorno dopo l’ho vista passare con un uomo, alto quasi tre volte lei

Ricorderò il 2006 per aver letto due grandi libri anarchici. Questi volumi sono ormai merce rara perché l’editoria si concentra sui misteri – senza neppure la “y” dell’amato Martin Mystère – di bassa lega fra cui Opus dei, Gioconda, Chiesa, ecc… un modo come un altro, insomma, per far parlare ancora una volta di sé, citando il ben noto aforisma di Hemingway. Il primo era un vecchio testo degli anni ’80, V per Vendetta di Alan Moore (di cui si è parlato qualche mese fa), il secondo un agile libretto del 2005, Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti, in vendita presso le librerie Feltrinelli oppure on line sul sito www.silvanoagosti.com. Silvano è un autore completo: poeta, scrittore, produttore, sceneggiatore, regista, montatore e proprietario di due cinema l’Azzurro Scipioni (Roma) e Piccolo Cinema Paradiso (Brescia) (info www.silvanoagosti.com – www.azzurroscipioni.com) e di cui vi consiglio i film, disponibili finalmente in dvd e vhs (on line ai siti sopra indicati). Agosti, apolide, nomade del pensiero e del cinema, è persona che stimo perché ha saputo farsi carico dei vincoli della libertà. In questa nostra società, martoriata dal perbenismo e dal politically correct, Silvano ha saputo costruire e conquistarsi la libertà di potersi esprimere senza dover rendere conto a scuole di partito, di bottega o di circolo culturale. Lettere dalla Kirghisia è anche, in estrema sintesi, l’immagine di questo percorso umano e culturale. Non è un caso, infatti, che la prima lettera affermi “Arrivando in Kirghisia ho avuto la sensazione di tornare in un luogo nel quale in realtà non ero mai stato. Forse perché da sempre sognavo che esistesse. Il mio strano ritorno in questo meraviglioso Paese, è accaduto dunque casualmente”. Lettere dalla Kirghisia è un testo epistolare che eccede, con la leggerezza di una brezza, i suoi naturali limiti per riscoprire il gusto dell’utopia che ci conduce alla mente le pagine di Platone e di Tommaso Moro. Silvano immagina di atterrare in Kirghisia (ma sarà davvero così? a me piace pensare che Silvano ci sia stato davvero…) e qui ri-scopre un mondo dove la gente lavora 3 ore al giorno, dove a 18 anni qualsiasi cittadino riceve una casa, dove i bambini apprendono dialogando con le persone all’aria aperta, dove non ci sono prigioni, perché i malfattori, vestiti con colori diversi, vivono in comunità “condannati” a raccontare la loro storia e dove, se qualcuno desidera fare l’amore, mette un fiore azzurro sul petto. Ciò che più affascina della terra raccontata da Silvano è la gestione del tempo libero. In Kirghisia il tempo libero è libero da…, e non libero di… (proprio come Silvano). I cittadini kirghisi riscoprono la passione per la comunità, che non vuol dire solo ed esclusivamente amore per lo Stato, ma per le azioni e la libertà che ogni comunità porta con sé, a patto che si sia disposti ad accettare i ricambi generazionali e, allo stesso tempo, i pareri di chi, sia esso più giovane o più anziano, decida di partecipare con autorevolezza, e non con autorità, alla creazione della medesima. Lettere dalla Kirghisia è un’intelligente guida – soprattutto ad uso dei perplessi – per pensare in chiave moderna l’impegno e la partecipazione alla vita politica della società. Buona lettura.

di Luca Cremonesi

la versione on line è http://www.civetta.info/ nella sezione TEMPO LIBERO