“Abemus me”

“Abemus me”

Mi hanno chiesto un’opinione, un parere sulla vicenda della rinuncia papalina.
Penso semplicemente che sia stata una scelta esemplare a favore della libertà e della vita.
Il Papa, con questa sua decisione ha dimostrato una straordinaria lucidità.
Ogni ruolo, dal meno significativo al più eccellente, a lungo andare si rivela come una spietata prigione. Ragioniere, marito, Papa, operaio, ingegnere, disoccupato, presidente, pensionato, impiegato o artista non ha importanza.
L’essere umano all’origine è troppo immenso per poter sopportare, senza ammalarsi, di rimanere per sempre chiuso in un ruolo. Una prigione d’oro rivela col tempo le stesse caratteristiche di una galera in cemento armato. La solitudine vissuta in panni regali non si distingue da qualsiasi altra solitudine.
Il suo stato di capolavoro assoluto che la Natura ha elaborato in cinque miliardi di anni e che ogni bambino rivela fino ai tre anni di età, esprime nell’essere umano una vastità di interessi, di creatività, di adesione alla vita senza confini.
Si pensi anche soltanto alla magnifica “età dei perché” quando il bambino improvvisamente chiede il perché di ogni cosa che lo stupisce.
Prima di essere imprigionato nei vari “ruoli” previsti per lui “scolaro, studente, apprendista, lavoratore, stagista, cassintegrato, marito, esodato, pensionato etc”.
Ma nel caso dell’ormai monaco Cardinale credo abbia vinto l’istinto più forte che pulsa in ogni essere vivente e cioè appunto “l’istinto di sopravvivenza”. Oppure semplicemente spinto da una infinita nostalgia della propria naturale e semplice condizione umana il Papa ha deciso di vincere ogni regola per raggiungere almeno al culmine della vita la condizione di essere solo e semplicemente se stesso, ovvero “l’Abemus me”.
Gli eventi riguardanti la rinuncia Papale infatti esprimono l’evidenza di una scelta estrema.
Loro, gli uomini della Curia custodi del rigore e della violenza storica della Chiesa da un lato, e lui che “per il bene della Chiesa” ha potuto, da un momento all’altro, decidere di essere l’agnello sacrificale. Vittima silenziosa-mente designata.
L’immenso contrasto tra il Papa e una ormai diffusa indifferenza verso la spiritualità che accomuna tutti o quasi in un sonno disperatamente vigile dei sottomessi alle pressioni del Potere.
Il sommo Potere delle maggioranze coalizzato contro il Sommo Pontefice, solitario detentore del Mistero. Risultato: impossibile qualsiasi vittoria.
E allora il Papa ormai cosciente della propria storica fragilità diviene Sansone e decide di morire sì, ma con tutti i Filistei.
Il nuovo pontefice, quello che verrà dopo di lui, riuscirà forse a organizzare una Curia, capace di ritrovare un percorso non troppo discosto dalle leggi della vita e del progresso umano.
Così in una sconfitta ragionata, meditata e voluta Sua Santità, esautorato dall’obbligo della santità, ha riconquistato di colpo un credibile stato di salute, è divenuto se stesso, ovvero Sua Sanità.

* * *
Nel corso dei secoli, uno dei tranelli più spietati, concepito e organizzato dal Potere è stata la sostituzione dell’Etica con la morale.
L’Etica nasce con l’uomo per suggerire il conforto e la consapevolezza dei limiti in ogni aspetto del comportamento umano, mentre la morale semplicemente proibisce, inibisce e nega qualsiasi azione non prevista dalle “norme”.
E’ così che il “Normale”, assediato dai divieti, crescendo si sottomette alla morale, invisibile prigione gemella del “non fare”, fino a subire una condizione permanente di impotenza.
Così ad esempio se l’Etica suggerisce e consente di ”rendere puro qualsiasi atto”, la morale ordina di “non commettere atti impuri”.
Se l’Etica propone l’uguaglianza e la solidarietà, la morale ribadisce l’importanza delle gerarchie e del “rispetto umano.”
E’ in questa angoscia del non fare o la sottomissione di qualsiasi azione a un permanente senso di colpa, che proliferano ovunque le truffe, le menzogne e la malvagità.
Un perfetto esempio di morale opposta all’etica me lo hanno offerto due “matti veri” mentre giravo una scena del film dedicato a Basaglia “La seconda ombra”. Stavo realizzando nel cuore della notte la scena madre dell’abbattimento del muro di cinta del manicomio e tra una picconata e l’altra un “matto vero” ha scandito il famoso comandamento della morale comune “non desiderare la donna d’altri” e subito la voce di una altro “vero matto” ha incalzato “non desiderare la donna d’altri, a meno che non lo desideri anche lei.” (etica).
Ma sempre e comunque ricorderò l’immagine vissuta in una piazzetta deserta di Borgo Pio, verso le quattro del mattino, quando svoltando da una viuzza, ho intravisto la sagoma imponente di un uomo intento a osservare i movimenti incerti di un gattino che tentava di mangiare qualche residuo di cibo.
Protetto da un ampio cappotto nero, l’uomo si è poi avviato lentamente verso il colonnato di San Pietro ed è scomparso dietro una minuscola porta, protetta dall’oscurità della notte.
Ma l’ultimo lampione aveva rivelato senza possibili incertezze la sua identità.
Quell’uomo era il cardinale Ratzinger da poco eletto Papa e visitava il Borgo dove era solito vivere qualche mese prima e l’ora notturna gli offriva la complicità di strade e viuzze deserte, lungo le quali si dissolveva la densità di una solitudine e di una nostalgia già troppo intense

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